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Walter Bellia e il suo Chieti: “Lasciai perché da solo era diventato difficile. Oggi seguo ancora le partite da tifoso”

CHIETI – Il Chieti gli è rimasto nel cuore. E dopo sette anni di presidenza, non poteva essere altrimenti. E così Walter Bellia continua a seguire la squadra neroverde da tifoso. E la sua presenza in tribuna all’Angelini nelle partite casalinghe non passa di certo inosservata. L’imprenditore teatino uscì di scena nel 2015. Quando non se la sentì più di proseguire, poco assistito dalle istituzioni e dall’imprenditoria locale. Da qui la decisione di cedere la società a Giorgio Pomponi. Nel corso della sua gestione, i neroverdi ottennero la promozione in Lega Pro nel 2010 con Vincenzo Vivarini in panchina. E il quarto posto nella Seconda Divisione di Lega Pro con Tiziano De Patre. Poi alla fine vennero eliminati dall’Aquila nei playoff. L’anno successivo arriva la retrocessione in serie D. Negli ultimi anni quella di Bellia è stata una delle gestioni più durature a Chieti. E sempre all’ex presidente si devono gli ultimi campionati di serie C disputati dai neroverdi.

Nonostante lei non sia più presidente ormai da diversi anni, continua a seguire le partite del Chieti in tribuna. Insomma questi colori le sono rimasti nel cuore…

“Sì, è una passione che avevo da ragazzo andando alla Civitella. Sono diventato tifoso dall’età di sette anni. E per questo per me è stata una cosa importante diventare presidente”.

Nel 2015 si chiuse la sua gestione. Come mai la decisione di lasciare?

“Perché dopo tanti anni ritrovarsi da solo, senza un aiuto dal settore imprenditoriale teatino, era diventato difficile ed avrei rischiato brutte figure. Ero stanco anche di lamentarmi nelle varie interviste”.

Ad oggi nutre qualche rimpianto?

“No. Sulla decisione di aver lasciato, no. Qualcosa però non avrei fatto. Soprattutto non avrei gestito usando solo il cuore. E c’erano tante persone da eliminare dal mio contorno. L’unico che mi è stato davvero di grande aiuto è stato Massimo Reale”.

Nel corso della sua gestione la promozione in Lega Pro con un certo Vincenzo Vivarini in panchina…

“Inizierei da un percorso che parte da prima. Partimmo con un campionato piuttosto deludente dopo la promozione dall’Eccellenza. Noi abbiamo portato Enzo Nucifora e Alessandro Battisti. In panchina chiamammo Pino Giusto, con Angelo Terracenere come vice. Portammo Bartoli e con lui venne Genchi. Dopo un grande girone di ritorno, in cui facemmo un campionato a parte, disputammo i playoff con il Casoli. Il secondo anno fummo promossi in Lega Pro con Vivarini. Si vedeva che era un allenatore che avrebbe avuto un futuro. Insieme al suo staff studiava le partite. Faceva un grosso lavoro e si vedeva che era un professionista. Il terzo, quarto e quinto anno disputammo sempre i playoff. Il quinto anno facemmo i playoff con la Paganese con Silvio Paolucci in panchina. Poi con Tiziano De Patre funno elimitati dall’Aquila sempre ai playoff”.

Proprio l’anno dei playoff in Seconda Divisione con Tiziano De Patre fu un grande risultato…

“Sì fu un grande risultato. Ma anche perché avevamo fatto sempre bene quell’anno. Poi in quei playoff facemmo tutti degli errori ed è andata com’è andata. L’anno successivo la riforma ci ha un po’ tagliato le gambe, perché si fece una serie C unica. E questo comportó un numero maggiore di retrocessioni. Quell’anno andarono via Battisti e Di Giampaolo, che per me in quegli anni insieme a Massimo Reale erano state le persone che hanno permesso alla Chieti calcio di ottenere quei risultati”.

Poi l’anno successivo arrivò la retrocessione in serie D. Senza dubbio il momento più difficile della sua gestione. Cosa successe a quel Chieti?

“Quell’anno come detto andarono via Di Giampaolo e Battisti. C’era stata una promessa di Silvio Paolucci. Mi disse che avrebbe portato D’Ottavio come ds. E per questo mi sentivo tranquillo. Poi mi fece una telefonata e mi disse che il ds non sarebbe più arrivato. Per questo non ho parlato più con lui. Così arrivó Pino Di Meo in panchina, che comunque era bravo. E con Sandro Federico come ds. Ma ci furono più retrocessioni a causa della riforma. E io dopo la retrocessione volevo lasciare. Poi ho avuto un incontro con il Sindaco che mi ha pregato di continuare anche in D. E devo dire che anche quell’anno abbiamo fatto bene. Ho portato Vittorio Esposito e alla fine del campionato terminammo ai primi posti”.

Lei aveva sempre garantito una certa solidità a livello societario. Dopo il suo addio qualche anno più tardi arrivò addirittura il fallimento della Chieti calcio. In un certo senso questo ha fatto in modo che la sua figura venisse rivalutata, dopo le contestazioni che hanno contraddistinto gli ultimi anni della sua presidenza…

“L’ultimo anno ci furono contestazioni. Era l’anno della retrocessione ed è normale che sia stato così, perché i tifosi erano delusi. Ma anche io ero deluso per quello che mi stava succedendo intorno”.

Lei è stato l’ultimo presidente a disputare un campionato di serie C a Chieti. Quanto manca il professionismo a questa piazza?

“Sicuramente Chieti merita per i suoi tifosi. Ma è una piazza che deve crescere sotto l’aspetto dell’impiantistica. Fare calcio a Chieti è difficile”.

Per i neroverdi quella di quest’anno è stata una stagione poco soddisfacente. Come vede il Chieti di oggi?

“Devo dire che il calcio è cambiato rispetto a quando si giocava la serie D dieci anni fa. La serie D oggi è diventata quasi una Lega Pro. Servono soldi. Con i soldi che oggi utilizzi per salvarti, prima potevi puntare a vincere il campionato. È cambiato tutto il sistema. È difficile per una città come Chieti. A meno che non arrivi l’imprenditore che ha delle spalle solide. Diversamente è difficile tornare in C e nelle categorie superiori”.

Chieti sarà Città Europea dello Sport nel 2025. Eppure in questa città c’è un grande problema legato all’impiantistica sportiva. L’Angelini è da riqualificare, così come gli altri impianti che hanno costretto il Chieti ad emigrare nei paesi limitrofi per allenarsi. Lei come se lo spiega?

“È una storia che si ripete. Anche negli anni della mia presidenza per allenarci dovevamo andare a Casalincontrada, a Cepagatti o a Bucchianico. Non avere strutture per una società che punta a fare cose importanti, diventa difficile. Ci sono impianti che possono essere utilizzati, tipo l’antistadio. Ma per via di altre società che usufruiscono del campo non è stato mai possibile. Se l’amministrazione comunale volesse, potrebbe fare allenare la Chieti calcio all’antistadio”.

In questi anni le è mai sfiorata in testa l’idea di rientrare nel calcio?

“No. Io penso di aver dato. Sono e resto il primo tifoso della Chieti calcio. Io la domenica vado allo stadio, pago il biglietto e mi guardo la partita. Sono tornato allo stadio dopo un po’ di anni per la passione dei miei nipoti. Andiamo sia in casa che in trasferta”.

Daniele Rossi

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