Il giorno dopo è sempre quello più buio. Perché il giorno dopo è già tutto successo: la partita si è giocata, il campo ha pronunciato il suo verdetto. Il giorno dopo non restano più speranze o sogni ma soltanto la realtà nuda e severa che il calcio sa mettere davanti agli occhi di tutti.
Per oltre diecimila cuori rossoblù, però, quei novanta minuti sono stati molto più di una partita. Sono stati fede, tradizione, amore incondizionato. Provate a immaginare cosa significhi prepararsi alla partita delle partite, al derby atteso per quarant’anni. Immaginate i veterani infilarsi quella maglia che profuma di ricordi e camminare verso lo stadio con lo sguardo di chi sa di vivere qualcosa di raro. Immaginate anche i più piccoli, quelli che un derby così non l’avevano mai visto, stringere tra le mani una bandiera troppo grande per le loro braccia ma perfetta per i loro sogni.
Il blu del mare che si fa tempesta. Il rosso del tramonto che si infrange sugli scogli e poi scompare all’orizzonte. È questa l’immagine che resta, l’epilogo di una serata che un’intera città sperava diversa. Una piccola gioia sfumata sul finale, in una stagione già complicata e delicata.
Perdere fa parte del calcio. Ma perdere così fa male.
Sulla carta la seconda della classe, l’Ascoli, avrebbe dovuto far sfigurare la Samb. I numeri e le statistiche raccontavano questa storia. E invece il campo ne ha scritta un’altra. Ed è proprio questo che rende la sconfitta ancora più amara. Ci si aspettava l’imbarcata bianconera, ma non è arrivata. Davanti al proprio pubblico la Samb non ha sfigurato, ha retto l’urto, ha lottato con dignità, ha risposto col sacrificio. Perché di sacrificio si tratta.
Con un uomo in meno negli ultimi venti minuti, arginare il palleggio avversario è diventato un’impresa. Senza l’espulsione forse oggi si parlerebbe di una partita diversa, magari anche di un risultato diverso. Ma nel calcio funziona così: chi vince festeggia, chi perde spiega. E ieri, a dire il vero, da spiegare c’era ben poco.
Al gol degli ospiti si è spento un intero stadio. Il Riviera delle Palme è rimasto sospeso in un silenzio irreale. Gli occhi pieni di sogni si sono fatti scuri, le voci hanno smesso di vibrare, l’incredulità ha preso il posto della speranza. Minuto 89, quel silenzio assordante resterà inciso nella memoria di chi c’era.
Non sono bastate le parate da copertina di Cultraro. Non è bastata l’intraprendenza dei nuovi arrivati Maspero e Semprini. Non è bastata neppure l’esperienza di Zini e Candellori. È bastata invece l’espulsione di Dalmazzi a incrinare l’equilibrio, costringendo mister Boscaglia a ridisegnare la squadra per non perdere l’assetto. La Samb si è abbassata, ha concesso spazio ma ha provato comunque a resistere. Ma la pressione dell’Ascoli, fatta di fame e qualità, alla fine ha trovato il varco. Il gol di Corazza è stato il sigillo di una squadra che meritatamente occupa il vertice della Serie C Girone B, con la Samb gelata rimasta a guardare quel pallone scivolare in rete.
Al triplice fischio è esplosa la festa dei bianconeri: i cori si sono trasformati in fischi ma le bandiere rossoblù hanno continuato a sventolare ostinate, come a difendere una fede che nessun risultato potrà mai scalfire. La Samb esce a testa bassa, ringrazia i tifosi per la spinta incessante, chiede scusa ad un’intera città.
Gli unici davvero vincitori al Riviera delle Palme sono stati proprio loro, gli oltre 10.000 tifosi, che hanno acceso (nel vero senso della parola) un derby che, oltre il risultato, ha rappresentato l’incarnazione più profonda dell’amore per la maglia.
Ed ecco perché il giorno dopo fa male. Forse anche di più.






